Negli ultimi anni la costituzione di una holding è diventata una scelta sempre più frequente tra imprenditori, professionisti e famiglie con patrimoni rilevanti. Per molto tempo questo strumento è stato associato a una maggiore efficienza fiscale e a una gestione più razionale del patrimonio, soprattutto grazie alla tassazione agevolata di dividendi e plusvalenze. Oggi, però, questo approccio non può più essere dato per scontato.
La normativa dal 2026 è cambiata e, con essa, è cambiato il modo in cui una holding può essere utilizzata per investire. I benefici fiscali non sono più automatici né indistinti: dipendono sempre di più dalla struttura del portafoglio, dalla dimensione delle partecipazioni e dalle scelte di gestione nel tempo. In questo contesto, il vero vantaggio non risiede tanto nella creazione della holding in sé, quanto nel modo in cui i capitali vengono organizzati, investiti e pianificati all’interno della struttura.
Una holding può ancora rappresentare un veicolo d’investimento efficace, ma solo se si comprendono a fondo le regole fiscali che oggi disciplinano dividendi, plusvalenze e regime PEX, e se queste vengono integrate in una strategia coerente di lungo periodo. Non è quindi uno strumento adatto a tutti: richiede pianificazione, consapevolezza e una gestione coordinata tra fiscalità e finanza, idealmente supportata da una consulenza finanziaria indipendente.
In questo approfondimento analizziamo in modo chiaro e pratico cosa è cambiato nella tassazione degli investimenti in holding, come funzionano oggi dividendi, plusvalenze e PEX, e quando una holding continua a essere una soluzione efficiente rispetto all’intestazione personale — e quando, invece, rischia di non esserlo più.
Cos’è una holding, le tre tipologie e perché può convenire anche per gestire gli investimenti
Una holding è una società che detiene partecipazioni in altre imprese o che gestisce capitali e asset con finalità patrimoniali e finanziarie. Nata per accentrare il controllo e razionalizzare la gestione di un gruppo, nel tempo è diventata anche uno strumento di pianificazione patrimoniale e fiscale sempre più diffuso tra imprenditori e famiglie con capitali significativi. Con l’evoluzione del contesto normativo, tuttavia, il suo utilizzo richiede oggi un approccio più consapevole e meno automatico rispetto al passato.
A seconda delle funzioni svolte, si distinguono tre principali tipologie di holding:
Holding pura o finanziaria: ha come attività prevalente la detenzione di partecipazioni o strumenti finanziari. Non produce beni o servizi, ma coordina, amministra e controlla le società partecipate o gestisce il patrimonio conferito.
Holding operativa: oltre a possedere partecipazioni, svolge direttamente un’attività economica (industriale, commerciale o di servizi). È una struttura attiva che combina controllo societario e produzione di reddito.
Holding mista: rappresenta una soluzione intermedia. Gestisce partecipazioni e investimenti, ma partecipa anche, in misura limitata, alle attività operative delle controllate o a iniziative proprie.
Negli ultimi anni molti imprenditori hanno iniziato a utilizzare la holding non solo per coordinare le proprie società, ma anche per gestire la liquidità e gli investimenti. In passato, questo approccio era spesso favorito da un quadro fiscale particolarmente vantaggioso, che rendeva efficiente l’accumulo e il reinvestimento di utili all’interno della struttura rispetto all’intestazione personale.
Oggi è ancora possibile distinguere tra una holding “cassaforte”, che si limita a detenere asset e partecipazioni, e una holding “attiva”, che impiega il capitale in modo strategico attraverso portafogli diversificati, strumenti finanziari e partecipazioni selezionate. La differenza, però, non è più soltanto operativa: è anche fiscale. La struttura del portafoglio, la dimensione delle partecipazioni e le scelte di investimento incidono in modo diretto sulla convenienza complessiva della holding.
Per questo motivo, la holding non può più essere considerata un contenitore neutro o automaticamente efficiente. Per funzionare davvero come centro di gestione patrimoniale deve integrare pianificazione fiscale, strategia finanziaria e orizzonte temporale. In questo contesto, una consulenza finanziaria indipendente può supportare la holding nelle scelte di investimento più coerenti con la sua struttura e con gli obiettivi dei soci, evitando approcci standardizzati che oggi rischiano di non essere più efficaci.
Tassazione dei dividendi in holding: cosa è cambiato
I dividendi hanno rappresentato per molti anni uno dei principali vantaggi fiscali della holding. In base all’articolo 89 del TUIR, i dividendi percepiti da società residenti o localizzate in Paesi UE concorrevano alla formazione del reddito imponibile solo per il 5% del loro ammontare. Su questa quota si applicava l’IRES del 24%, con una tassazione effettiva pari a circa l’1,2% sull’intero dividendo.
In questo contesto, se una holding riceveva 100.000 euro di dividendi da una società partecipata, solo 5.000 euro risultavano imponibili e l’imposta dovuta era pari a 1.200 euro, a fronte dei 26.000 euro che una persona fisica avrebbe pagato applicando la ritenuta secca del 26%. Questo meccanismo ha reso la holding uno strumento estremamente efficiente per accumulare e reinvestire utili nel tempo.
Con l’evoluzione normativa più recente, però, questo beneficio non può più essere considerato automatico. Oggi l’accesso alla detassazione del 95% sui dividendi è strettamente legato alle caratteristiche della partecipazione detenuta. In particolare, il regime agevolato continua a trovare applicazione piena solo in presenza di partecipazioni considerate “rilevanti”, come nel caso di una quota almeno pari al 5% del capitale della società partecipata oppure di un valore di carico significativo. In assenza di tali requisiti, i dividendi possono concorrere in misura ben più ampia — se non integrale — al reddito imponibile della holding, con una tassazione ordinaria IRES (ed eventuale IRAP).
Questo passaggio segna un cambio di approccio importante: il dividendo non è più, di per sé, la leva fiscale centrale della holding. La convenienza dipende sempre di più dalla struttura del portafoglio, dal grado di concentrazione delle partecipazioni e dalla logica con cui vengono detenute nel tempo.
Resta inoltre centrale il tema dell’utilizzo degli utili. Se i dividendi vengono reinvestiti all’interno della holding, l’efficienza fiscale può mantenersi nel lungo periodo. Se invece vengono distribuiti ai soci persone fisiche, si applica una nuova tassazione del 26% in capo a questi ultimi, che riduce in modo significativo il beneficio complessivo.
Per questo motivo oggi è fondamentale valutare la strategia nel suo insieme: non solo quanto si paga di imposte sul singolo dividendo, ma come la holding è strutturata, come vengono detenute le partecipazioni e quale ruolo hanno i dividendi all’interno della strategia patrimoniale complessiva. Una consulenza finanziaria indipendente consente di analizzare questi aspetti in modo integrato, evitando di basare le scelte su regole che appartengono a un contesto normativo ormai superato.
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Tassazione delle plusvalenze: come è cambiato il regime PEX
Il regime della Participation Exemption (PEX) è stato a lungo uno dei pilastri della pianificazione fiscale per le holding. In presenza di specifici requisiti, consentiva di escludere dal reddito imponibile il 95% delle plusvalenze derivanti dalla cessione di partecipazioni. In termini pratici, solo il 5% della plusvalenza concorreva alla base imponibile IRES, con una tassazione effettiva pari a circa l’1,2% sull’intera plusvalenza.
La ratio del regime PEX è evitare la doppia imposizione sugli stessi utili: una prima volta quando vengono prodotti e tassati in capo alla società partecipata, e una seconda volta al momento della cessione della partecipazione da parte della holding.
Tuttavia, con l’evoluzione normativa più recente quel contesto di riferimento è cambiato, e il semplice rispetto dei requisiti formali non sempre garantisce più il beneficio in modo automatico. Oggi, oltre ai requisiti tradizionali del TUIR, diventa sempre più importante la dimensione e la coerenza economica delle partecipazioni detenute nel portafoglio, così come la loro natura e l’effettivo ruolo nell’ambito della strategia d’investimento complessiva della holding.
Per poter beneficiare dell’esenzione, devono comunque essere rispettate le condizioni previste dall’articolo 87 del TUIR:
- possesso ininterrotto della partecipazione per almeno 12 mesi prima della cessione;
- iscrizione della partecipazione tra le immobilizzazioni finanziarie nel primo bilancio chiuso durante il periodo di possesso;
- residenza fiscale della società partecipata in un Paese che non abbia un regime fiscale privilegiato (non black list);
- svolgimento di un’attività commerciale effettiva da parte della società partecipata, e non di mera gestione patrimoniale.
Oggi si richiede, in pratica, una maggiore concretezza economica rispetto al passato: non basta detenere molte partecipazioni “tattiche” o di piccola dimensione, ma è necessario valutare quali siano realmente coerenti con la governance della holding e con i criteri che l’Amministrazione finanziaria utilizza per qualificare le partecipazioni.
Esempio pratico:
una holding cede una partecipazione per 1.000.000 di euro, acquistata in passato per 700.000 euro. La plusvalenza è pari a 300.000 euro. Con il regime PEX, quando applicabile, solo il 5% (15.000 euro) concorre al reddito imponibile, con un’imposta IRES effettiva di 3.600 euro anziché 72.000 euro.
Tuttavia, se la partecipazione non ha le caratteristiche rilevanti o se la strategia di investimento non è coerente con la funzione economica dell’asset, l’Amministrazione finanziaria può mettere in dubbio l’applicazione dell’esenzione, con conseguenze fiscali rilevanti.
Il vantaggio del regime PEX resta evidente in molte circostanze, ma oggi richiede una pianificazione più rigorosa e una visione di lungo periodo. Una consulenza finanziaria indipendente può aiutare a strutturare correttamente il portafoglio della holding e le tempistiche di eventuali dismissioni, evitando di basare le decisioni su presupposti fiscali che non riflettono più il quadro normativo attuale.stimenti e le tempistiche di cessione per rispettare i requisiti PEX, evitando errori che potrebbero far decadere l’esenzione.
Investire tramite holding: ETF, titoli di Stato e strumenti finanziari
Molti imprenditori e professionisti costituiscono una holding per ragioni di controllo societario o di pianificazione fiscale, ma poi lasciano una parte rilevante della liquidità inutilizzata sui conti correnti, rinunciando di fatto a qualsiasi rendimento. In realtà, la holding può essere utilizzata anche come veicolo di investimento, impiegando il capitale in strumenti finanziari efficienti e diversificati — come ETF, titoli di Stato, obbligazioni corporate, fondi comuni o oro fisico e finanziario — in modo coerente con la strategia patrimoniale complessiva e con le regole fiscali applicabili.
Rispetto alla persona fisica, il trattamento fiscale è strutturalmente diverso. La persona fisica sconta un’imposta sostitutiva del 26% sui redditi di capitale e sulle plusvalenze (12,5% per i titoli di Stato “white list”), mentre una holding è soggetta a IRES del 24% e, in alcuni casi, anche a IRAP. Questa differenza, però, non va letta in modo semplicistico: non è l’aliquota nominale a determinare la convenienza, ma il modo in cui le imposte vengono calcolate e gestite nel tempo.
Nel caso della holding, infatti, la tassazione avviene sull’utile complessivo di bilancio, al netto dei costi deducibili, e può essere differita attraverso il reinvestimento degli utili. Questo rende la fiscalità uno strumento di pianificazione e non un evento immediato e definitivo, come accade invece nella gestione personale.
Tassazione degli interessi obbligazionari
Gli interessi derivanti da titoli di Stato o obbligazioni, se incassati da una holding, concorrono al reddito d’impresa e sono tassati al 24% IRES (oltre all’IRAP, se dovuta). Per una persona fisica, gli stessi interessi subirebbero una ritenuta alla fonte del 26%, oppure del 12,5% nel caso di BTP, BOT e altri titoli governativi white list. La differenza apparente di aliquota può essere compensata, nel contesto societario, dalla maggiore flessibilità nella gestione dei costi e dalla possibilità di posticipare il pagamento delle imposte.
Tassazione delle plusvalenze su ETF e strumenti finanziari
Per le holding, le plusvalenze realizzate su ETF, fondi o azioni non qualificabili ai fini PEX sono tassate come reddito d’impresa al 24%. Le eventuali minusvalenze possono essere portate in compensazione nei periodi d’imposta successivi. Per la persona fisica, invece, plusvalenze e minusvalenze rientrano nel regime dell’imposta sostitutiva del 26% e non possono essere compensate con altri redditi. Questo rende la gestione societaria potenzialmente più efficiente nel lungo periodo, soprattutto in presenza di portafogli articolati e cicli di investimento pluriennali.
Effetti sul bilancio e differimento delle imposte
Uno degli aspetti più rilevanti è la possibilità di non distribuire immediatamente gli utili ai soci persone fisiche, mantenendo la tassazione a livello societario. In questo modo il capitale resta all’interno della holding e può essere reinvestito in nuovi strumenti finanziari o opportunità imprenditoriali, rinviando l’imposizione personale. La fiscalità diventa così parte integrante della strategia di gestione del patrimonio, e non un semplice costo da subire.
Quando conviene una holding d’investimento
Una holding d’investimento può risultare conveniente quando:
– si dispone di liquidità o utili provenienti da società operative da reinvestire nel medio-lungo periodo;
– si intende differire la tassazione personale e ottimizzare la gestione di dividendi e plusvalenze;
– si desidera una gestione professionale e integrata tra investimenti e fiscalità;
– si ha un orizzonte temporale coerente con una strategia patrimoniale strutturata.
Al contrario, la holding risulta poco efficiente quando il patrimonio è limitato, la liquidità è necessaria nel breve termine o l’obiettivo è esclusivamente ridurre le imposte senza una strategia finanziaria coerente.
Athena SCF affianca imprenditori e famiglie patrimonializzate nella costruzione di portafogli su misura anche per le holding, integrando pianificazione fiscale, analisi finanziaria e gestione del capitale con un approccio indipendente e orientato al lungo periodo.
Vantaggi e limiti fiscali della holding
| Aspetto | Persona fisica | Holding |
|---|---|---|
| Dividendi | 26% |
≈ 1,2%
solo se requisiti soddisfatti altrimenti tassazione ordinaria |
| Plusvalenze su partecipazioni | 26% |
≈ 1,2%
se PEX applicabile (requisiti art. 87 TUIR) |
| Plusvalenze su ETF / strumenti quotati | 26% | 24% come reddito d’impresa (+ IRAP ove dovuta) |
| Interessi | 26% (12,5% titoli Stato white list) | 24% su imponibile pieno (+ IRAP ove dovuta) |
| Minusvalenze | compensazione compartimentata | gestione fiscale più flessibile nel tempo |
| Flessibilità di reinvestimento | bassa | alta |
| Costi e complessità | bassi | bilancio, contabilità, pianificazione |
| Distribuzione ai soci | immediata | doppia tassazione (società → persona fisica) |
La holding non è automaticamente più efficiente della gestione personale: lo diventa solo se struttura, partecipazioni e strategia sono coerenti con il quadro fiscale attuale.
Holding di famiglia e pianificazione patrimoniale
La holding di famiglia è una delle strutture più utilizzate da imprenditori e famiglie patrimonializzate che vogliono accentrate la gestione del patrimonio, proteggere gli asset e organizzare il passaggio generazionale in modo ordinato. In pratica, invece di detenere direttamente partecipazioni, immobili o liquidità, questi vengono conferiti (o comunque fatti confluire) nella holding, che diventa il “centro di controllo” delle decisioni economiche e patrimoniali.
Il primo vantaggio è di tipo governance: la holding permette di mantenere una regia unica, anche quando i membri della famiglia sono più di uno e con ruoli diversi. Le quote della holding possono essere distribuite tra gli eredi secondo criteri concordati, senza dover frammentare la proprietà delle singole società operative o degli asset. Questo riduce il rischio di conflitti, semplifica le decisioni e rende più lineare la continuità nella gestione.
Il secondo vantaggio riguarda protezione e separazione dei rischi. Una holding ben strutturata consente di distinguere ciò che è patrimonio (partecipazioni e investimenti) da ciò che è operatività (azienda e rischi d’impresa), evitando che eventi imprevisti in una sfera si riflettano automaticamente sull’altra. Non è una “bacchetta magica”, ma è uno schema spesso più ordinato e difendibile rispetto a una detenzione personale frammentata.
Il terzo vantaggio è la gestione finanziaria: la holding può diventare una piattaforma per amministrare liquidità e investimenti con criteri più professionali, definendo una policy chiara (obiettivi, orizzonte temporale, livello di rischio, regole di prelievo e reinvestimento). In questo modo la famiglia passa da una logica “patrimonio disperso” a una logica “patrimonio governato”, con maggiore controllo nel tempo.
Esempio pratico: una famiglia imprenditoriale conferisce alla holding le quote della società operativa e una parte della liquidità. La holding incassa dividendi, decide quanto reinvestire nell’azienda e quanto destinare a un portafoglio diversificato (ad esempio ETF e obbligazioni), con regole condivise su tempi, distribuzioni e obiettivi. Il risultato è una gestione più stabile, misurabile e coerente, sia nella fase di crescita sia nel momento in cui entrano in gioco gli eredi.
In sintesi, la holding di famiglia è uno strumento che unisce governance, tutela patrimoniale e gestione finanziaria. Funziona davvero quando è progettata con obiettivi chiari, regole di gestione definite e una visione intergenerazionale, evitando di trattarla come una scorciatoia fiscale o come una semplice “cassaforte” passiva.
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Come scegliere la strategia fiscale e d’investimento giusta
Costituire una holding è solo il punto di partenza. La vera differenza, in termini di efficienza fiscale e risultati patrimoniali, nasce da una gestione integrata tra fiscalità e finanza, capace di coordinare in modo coerente le decisioni societarie, fiscali e d’investimento. Una holding, infatti, non genera vantaggi automatici: è la qualità delle scelte successive — gestione della liquidità, selezione degli strumenti finanziari, pianificazione delle distribuzioni — a determinarne la reale convenienza nel tempo.
Una volta creata la struttura, uno dei primi passaggi strategici è valutare l’apertura di un conto titoli intestato alla holding. Questo consente di investire direttamente in ETF, obbligazioni, azioni e altri strumenti finanziari, centralizzando la gestione del capitale e sfruttando i benefici tipici della forma societaria, come il differimento dell’imposizione personale e, in alcuni casi, una maggiore efficienza fiscale sugli utili reinvestiti. Tuttavia, non tutti gli intermediari sono adatti a questo scopo: molti conti dedicati alle imprese presentano costi più elevati, minore flessibilità operativa o limiti nell’accesso ai prodotti. Per questo è fondamentale affidarsi a una consulenza indipendente che conosca sia le regole fiscali sia le dinamiche operative delle holding d’investimento.
Uno degli errori più frequenti è costituire una holding e poi affidarne la gestione finanziaria alla stessa banca che colloca prodotti propri. In questo modo si perde il principale vantaggio della struttura: l’indipendenza decisionale. Altri errori comuni includono l’utilizzo della holding come semplice “cassaforte” inattiva, senza una strategia d’investimento definita, oppure una classificazione non corretta degli asset in bilancio, che può compromettere l’accesso a regimi agevolati come la PEX.
La gestione efficace di una holding richiede quindi un approccio professionale, fondato su pianificazione fiscale, diversificazione e assenza di conflitti di interesse. Solo così la holding può trasformarsi da struttura formale a vero strumento di protezione, crescita e governo del patrimonio nel lungo periodo.
Conclusioni: quando la holding conviene davvero
La holding è uno strumento potente di pianificazione patrimoniale e fiscale, ma i suoi vantaggi emergono solo se viene gestita in modo consapevole e strategico. Costituirla non è sufficiente: serve una visione chiara su come impiegare la liquidità, reinvestire gli utili e coordinare in modo coerente le scelte fiscali con quelle finanziarie.
I benefici potenziali — come la tassazione agevolata dei dividendi, l’esenzione PEX sulle plusvalenze e la possibilità di differire l’imposizione personale — diventano concreti solo quando sono inseriti all’interno di una gestione integrata del patrimonio. In assenza di una strategia strutturata, la holding rischia di trasformarsi in una struttura complessa e costosa, che aggiunge burocrazia senza generare un reale vantaggio economico.
In sintesi, la holding non è uno strumento “automatico”, né una scorciatoia fiscale. È un veicolo che richiede competenza, pianificazione e un approccio professionale alla gestione del capitale. Se utilizzata correttamente, può diventare il fulcro di una strategia di crescita, protezione e trasmissione del patrimonio, sia familiare sia imprenditoriale.
Athena SCF affianca imprenditori e famiglie patrimonializzate nella gestione della liquidità e degli investimenti in holding, con un approccio indipendente, personalizzato e orientato all’efficienza fiscale nel lungo periodo.
Domande frequenti (FAQ)
Quando conviene aprire una holding d’investimento?
Una holding d’investimento è indicata quando si dispone di una liquidità rilevante — spesso derivante da utili aziendali, dividendi da società operative o cessioni di partecipazioni — che si intende reinvestire con una logica strutturata e di lungo periodo. È particolarmente adatta a imprenditori e famiglie patrimonializzate che vogliono centralizzare la gestione del capitale, pianificare fiscalmente plusvalenze e dividendi e impostare un percorso ordinato di protezione e passaggio generazionale.
Non è invece una soluzione efficiente per patrimoni contenuti, per esigenze di liquidità nel breve termine o quando manca una strategia di gestione finanziaria coerente.
Quanto si paga di tasse sui dividendi in holding?
I dividendi percepiti da una holding da partecipazioni in società italiane o UE possono beneficiare dell’esenzione del 95% prevista dall’articolo 89 del TUIR. In concreto, solo il 5% del dividendo concorre al reddito imponibile ed è soggetto a IRES del 24%, con una tassazione effettiva pari a circa l’1,2%.
Il vantaggio rispetto alla persona fisica, che subisce una ritenuta del 26%, è significativo. Tuttavia, se la holding distribuisce a sua volta utili ai soci persone fisiche, questi vengono nuovamente tassati al 26%, riducendo il beneficio complessivo. Per questo motivo la convenienza va valutata sull’intero ciclo di utilizzo degli utili, non sul singolo dividendo.
Le plusvalenze da ETF in holding godono del regime PEX?
No. Il regime PEX (Participation Exemption) si applica esclusivamente alle plusvalenze derivanti dalla cessione di partecipazioni che rispettano specifici requisiti normativi (periodo minimo di possesso, iscrizione tra le immobilizzazioni, residenza della partecipata e svolgimento di attività commerciale).
ETF, fondi e strumenti finanziari quotati non rientrano in questa categoria: le plusvalenze realizzate su tali strumenti sono tassate come reddito d’impresa al 24% IRES (con eventuale IRAP, se dovuta).
Quali sono gli svantaggi fiscali e operativi della holding?
I principali svantaggi riguardano i costi di struttura (contabilità, bilancio, consulenze), la maggiore complessità amministrativa e la possibile doppia tassazione in caso di distribuzione degli utili ai soci persone fisiche. Inoltre, una gestione non corretta degli asset o una pianificazione approssimativa possono far perdere l’accesso a regimi agevolati come la PEX o la detassazione dei dividendi. La holding è uno strumento potente, ma richiede metodo, disciplina e competenze specifiche.
È possibile investire in ETF tramite una holding familiare?
Sì. Una holding familiare può aprire un conto titoli intestato alla società e investire in ETF, obbligazioni, azioni e fondi, analogamente a una persona fisica. La differenza è nel trattamento fiscale: i rendimenti sono tassati secondo le regole del reddito d’impresa (IRES al 24%) e non con l’imposta sostitutiva del 26%.
Questa impostazione può risultare efficiente se gli utili vengono reinvestiti all’interno della holding o se l’obiettivo è differire la tassazione personale. Anche in questo caso, la convenienza dipende dalla strategia complessiva e va valutata con un approccio professionale e indipendente.