Nel 2022 è successo qualcosa che molti investitori non si aspettavano.
Azioni e obbligazioni sono scese insieme.
Per anni ci era stato detto che bastava combinare queste due asset class per ottenere un portafoglio bilanciato: quando una scende, l’altra dovrebbe compensare. Ma in uno scenario di inflazione elevata e rialzo dei tassi, questo meccanismo si è rotto.
Il risultato è stato chiaro: anche i portafogli più “classici” e apparentemente prudenti hanno registrato perdite significative.
Questo non significa che il modello 60/40 sia morto. Significa però che non è più automatico, né sufficiente in ogni contesto.
Negli ultimi anni siamo probabilmente entrati in un nuovo regime macroeconomico:
- inflazione più alta e meno prevedibile
- tassi di interesse più elevati
- maggiore instabilità geopolitica
- minore efficacia della diversificazione tradizionale
In un mondo così, alcune correlazioni storiche smettono di funzionare proprio quando servirebbero di più.
Ed è qui che nasce la domanda più importante per un investitore oggi:
come si diversifica davvero un portafoglio finanziario in questo contesto?
Non basta avere più strumenti.
Non basta aumentare il numero di ETF.
Serve qualcosa di diverso.
Cosa significa davvero diversificare (e perché molti sbagliano)
La parola “diversificazione” è probabilmente una delle più usate – e allo stesso tempo più fraintese – nel mondo degli investimenti.
Molti investitori sono convinti di essere ben diversificati semplicemente perché hanno più strumenti in portafoglio. Magari un ETF globale, uno sull’S&P 500, uno sul settore tecnologico. A prima vista sembra una buona distribuzione.
In realtà, spesso è solo una diversificazione apparente.
Il problema non è quanti strumenti possiedi, ma da cosa dipendono quei rendimenti. Se più asset si muovono per gli stessi motivi, non stai davvero diversificando. Stai semplicemente aumentando l’esposizione agli stessi rischi.
Prendiamo un esempio concreto. Un ETF azionario globale e un ETF tecnologico sono strumenti diversi, ma reagiscono entrambi alla stessa cosa: crescita economica, utili aziendali, condizioni finanziarie favorevoli. Quando questi fattori cambiano, è molto probabile che scendano insieme.
È esattamente quello che è successo nel 2022 anche tra azioni e obbligazioni. Due asset storicamente considerati complementari si sono mossi nella stessa direzione, perché colpiti dallo stesso driver: inflazione elevata e rialzo dei tassi.
Questo porta a un punto fondamentale.
Diversificare davvero non significa avere più strumenti. Significa avere fonti di rendimento diverse.
Vuol dire inserire in portafoglio qualcosa che non dipenda dagli stessi fattori macroeconomici. Qualcosa che si comporti in modo diverso, soprattutto nei momenti difficili.
È qui che la diversificazione smette di essere teoria e diventa concreta. Ed è proprio da questa esigenza che nascono strategie come i Managed Futures.
Cosa sono i Managed Futures (spiegati semplice)
I Managed Futures sono strategie di investimento che cercano di sfruttare i movimenti dei mercati, invece di limitarsi a comprarli e mantenerli nel tempo.
A differenza di un classico ETF azionario, che compra aziende e spera che crescano nel lungo periodo, queste strategie fanno qualcosa di diverso: osservano l’andamento dei prezzi e cercano di trarre vantaggio dai trend in atto.
Chi gestisce queste strategie viene chiamato CTA (Commodity Trading Advisor). Il nome può trarre in inganno, perché non operano solo sulle materie prime. In realtà lavorano su più mercati contemporaneamente:
- indici azionari
- obbligazioni e tassi di interesse
- valute
- materie prime
Il punto chiave è questo: possono prendere sia posizioni long che short.
Significa che possono guadagnare:
- quando un mercato sale
- ma anche quando scende
Questo è uno dei motivi per cui vengono considerati strumenti diversi rispetto agli investimenti tradizionali.
Per farlo utilizzano i futures, che sono contratti derivati standardizzati. Senza entrare in tecnicismi, puoi vederli come strumenti che permettono di esporsi all’andamento di un mercato senza dover acquistare direttamente l’asset sottostante.
In pratica:
- non comprano azioni singole
- non comprano obbligazioni fisiche
- non accumulano asset da tenere nel tempo
Cercano invece di posizionarsi sui movimenti dei mercati, adattandosi continuamente al contesto.
È proprio questa natura multi-asset e dinamica che li rende diversi da un portafoglio tradizionale.
Come funzionano: il principio del trend following
Alla base dei Managed Futures c’è un’idea molto semplice: i mercati, per certi periodi, tendono a muoversi in una direzione.
Non sempre. Non per sempre. Ma abbastanza spesso da poter essere sfruttati.
Queste strategie non cercano di prevedere il futuro. Non fanno previsioni macro, non stimano utili aziendali, non provano a indovinare i minimi o i massimi.
Reagiscono.
Se un mercato sta salendo in modo persistente, si posizionano al rialzo.
Se sta scendendo, si posizionano al ribasso.
Il modo più semplice per capirlo è con una metafora.
Il gestore di una strategia trend following è come un surfista.
Non crea l’onda. Non sa quando arriverà la prossima.
Ma quando l’onda si forma, prova a salirci sopra e a sfruttarla il più possibile.
Perché questa logica può funzionare?
Perché i mercati non sono perfettamente efficienti nel breve periodo. Le informazioni non vengono incorporate istantaneamente nei prezzi. Gli investitori reagiscono con ritardo, si muovono in massa, amplificano i movimenti.
Entrano troppo tardi.
Escono troppo tardi.
Ed è proprio questo comportamento che genera i trend.
Queste strategie cercano di sfruttare queste dinamiche in modo sistematico, senza emozioni e senza interpretazioni soggettive.
Funzionano meglio quando i mercati sono direzionali:
- forti rialzi
- forti ribassi
- movimenti chiari su tassi, valute o materie prime
Faticano invece quando i mercati sono laterali, instabili o cambiano direzione continuamente. In quei casi i segnali diventano meno efficaci e la strategia può rimanere ferma o generare risultati deludenti.
Ed è proprio questa alternanza tra fasi molto positive e fasi più difficili che bisogna comprendere prima ancora di pensare di inserirle in portafoglio.
Perché possono decorrelare davvero da azioni e obbligazioni
Il vero punto di forza dei Managed Futures è questo: non si muovono per le stesse ragioni degli investimenti tradizionali.
Un ETF azionario dipende dagli utili delle aziende, dalla crescita economica, dalla liquidità nel sistema.
Un ETF obbligazionario dipende dai tassi di interesse, dall’inflazione, dalle politiche delle banche centrali.
I Managed Futures no.
Non hanno bisogno che le aziende crescano.
Non hanno bisogno che i tassi scendano.
Dipendono da un’altra cosa: i trend.
Trend sui tassi.
Trend sulle valute.
Trend sulle materie prime.
Trend sugli indici azionari, sia al rialzo che al ribasso.
Questo cambia completamente il modo in cui si comportano all’interno di un portafoglio.
Se, ad esempio:
- le materie prime stanno salendo
- i tassi stanno aumentando
- una valuta si sta rafforzando
una strategia di questo tipo può posizionarsi per sfruttare quei movimenti, indipendentemente da quello che stanno facendo azioni o obbligazioni.
E soprattutto, può fare una cosa che molti strumenti tradizionali non fanno:
può guadagnare anche quando i mercati scendono
Se si sviluppa un trend ribassista sull’azionario, la strategia può mettersi short e trarne vantaggio.
È questo che, in certi contesti, crea quella decorrelazione che tanti cercano.
Ma è importante chiarirlo: non è una decorrelazione costante. Non è qualcosa che funziona sempre.
Dipende da una condizione precisa:
devono esserci trend chiari e persistenti.
Quando i mercati sono confusi, laterali o cambiano direzione continuamente, anche questa relazione può venire meno.
E proprio per questo motivo vanno considerati come una componente complementare, non come una soluzione universale.
Il concetto di “crisis alpha” (senza venderlo come magia)
Nel mondo dei Managed Futures si sente spesso parlare di “crisis alpha”.
È un termine che suona bene, ma che va capito nel modo giusto per non creare aspettative sbagliate.
In modo semplice, indica la capacità di alcune strategie di ottenere risultati positivi – o comunque di contenere le perdite – durante fasi di forte stress dei mercati.
Perché può succedere?
Durante le crisi, i mercati tendono a muoversi in modo più deciso.
I ribassi si accelerano, i movimenti diventano più direzionali, le correlazioni tra asset cambiano rapidamente.
In queste fasi:
- l’azionario può entrare in trend ribassisti prolungati
- le materie prime possono salire o scendere in modo marcato
- i tassi e le valute possono muoversi con maggiore intensità
Ed è proprio questo tipo di contesto che favorisce le strategie trend following. Se si sviluppa un movimento chiaro, il modello può intercettarlo e posizionarsi di conseguenza, anche al ribasso.
Storicamente è quello che si è visto in diversi momenti:
- durante lo scoppio della bolla dot-com
- nella crisi finanziaria del 2008
- nella fase inflattiva e di rialzo dei tassi del 2022
In tutti questi casi, molte strategie Managed Futures hanno mostrato una buona capacità di reagire, proprio perché i trend erano forti e ben definiti.
Ma qui è fondamentale fare chiarezza.
Il “crisis alpha” non è una protezione automatica.
Non è qualcosa che si attiva sempre.
E soprattutto:
- non arriva necessariamente subito
- non funziona in tutti i tipi di crisi
- non è garantito
Se un mercato crolla e rimbalza velocemente, senza creare un trend definito, queste strategie possono anche non riuscire a posizionarsi in tempo.
Allo stesso modo, nei primi giorni di una fase di stress, è possibile che non offrano alcuna protezione.
Per questo motivo, il “crisis alpha” va visto per quello che è:
una possibile conseguenza del funzionamento della strategia,
non una promessa implicita di protezione.
Capire questa differenza è fondamentale per evitare di usarli con aspettative sbagliate.
ETF Managed Futures UCITS: come accedervi in Europa
Per anni, investire in strategie Managed Futures significava accedere a hedge fund.
Strumenti complessi, costosi e spesso riservati a grandi patrimoni.
Oggi qualcosa è cambiato.
Con l’arrivo degli ETF UCITS, anche gli investitori europei possono accedere a queste strategie in modo molto più semplice, trasparente e liquido.
Le opzioni sono ancora poche, ma una delle più interessanti è rappresentata dagli ETF sviluppati da DBi.
DBMF e DBMFE: come funzionano
Gli ETF DBMF (versione USA) e DBMFE (versione europea UCITS) non applicano un classico modello trend following diretto.
Seguono un approccio diverso, che potremmo definire replicativo.
In pratica cercano di ricostruire l’esposizione media dei principali hedge fund CTA, invece di creare un modello proprietario basato solo sui prezzi.
Il funzionamento è questo:
analizzano i rendimenti dei principali fondi Managed Futures
identificano i driver di performance
ricostruiscono un portafoglio coerente con quelle esposizioni
Tutto questo viene implementato tramite futures liquidi su più mercati: azionario, obbligazionario, valute e materie prime.
Il riferimento è spesso legato a indici come il Société Générale CTA Index, che rappresenta una proxy del mondo dei Managed Futures istituzionali.
In sostanza, non stai puntando su un singolo gestore, ma su una sorta di “media del settore”.
I vantaggi
Il primo vantaggio è l’accesso.
Strategie che prima erano disponibili solo tramite hedge fund diventano accessibili tramite un ETF, con liquidità giornaliera e maggiore semplicità operativa.
Il secondo è la riduzione del rischio di selezione.
Nel mondo dei CTA la dispersione dei risultati tra gestori è enorme. Replicare un paniere riduce il rischio di scegliere il gestore sbagliato.
Il terzo è il costo.
Resta più alto rispetto agli ETF tradizionali, ma è molto più basso rispetto agli hedge fund, che spesso applicano anche commissioni di performance.
I limiti
Il primo limite è lo storico.
La versione europea DBMFE è recente e ha masse ancora contenute. Questo introduce anche un rischio operativo se nel tempo non cresce.
Il secondo è il costo.
Un TER intorno allo 0,75% è significativo. Nei periodi in cui la strategia fa poco o nulla, i costi pesano.
Il terzo è il funzionamento del modello.
Essendo una strategia replicativa, può arrivare in ritardo sui trend, sia in ingresso sia in uscita. Non è pensata per essere perfetta, ma per essere coerente nel tempo.
In sintesi, strumenti come DBMF e DBMFE sono oggi uno dei modi più semplici per accedere ai Managed Futures in Europa.
Ma restano strumenti che vanno capiti bene, perché non sono né semplici ETF né soluzioni miracolose.
I veri vantaggi dei Managed Futures
Se togliamo il rumore e il marketing, i vantaggi dei Managed Futures sono meno “magici” di come vengono spesso raccontati, ma anche molto più interessanti.
Il primo punto è la diversificazione reale.
Non si tratta di aggiungere un altro ETF azionario o obbligazionario al portafoglio, ma di inserire una strategia che si muove in modo diverso. Non dipende dagli utili aziendali, non dipende solo dai tassi e non ha bisogno che i mercati salgano per funzionare. Dipende dai trend.
Questo è il motivo per cui, in certi contesti, può comportarsi in modo completamente scollegato dal resto del portafoglio.
Il secondo vantaggio riguarda i drawdown.
Uno degli aspetti più sottovalutati negli investimenti non è quanto guadagni nei momenti positivi, ma quanto perdi nei momenti negativi.
Nel 2022, ad esempio, un portafoglio classico 60/40 ha subito perdite importanti perché azioni e obbligazioni sono scese insieme. In quel contesto, l’aggiunta anche di una piccola quota di Managed Futures avrebbe potuto ridurre il drawdown in modo significativo. Alcune simulazioni mostrano come un’esposizione del 5-10% avrebbe tagliato le perdite in modo rilevante.
Questo non significa che proteggeranno sempre, ma che in certi scenari possono fare esattamente quello che gli altri asset non riescono a fare.
Il terzo punto è la fonte di rendimento.
Qui sta la differenza più importante.
Azioni e obbligazioni, per quanto diverse, condividono comunque alcuni driver macro. I Managed Futures invece introducono una logica completamente diversa: cercano di guadagnare dai movimenti dei mercati, non dal loro livello.
Questo significa che possono generare rendimento anche in contesti difficili, a patto che ci siano trend chiari.
Infine, c’è un aspetto più sottile, ma forse il più importante: il percorso.
Molti investitori ragionano solo in termini di rendimento finale, ma ignorano completamente il modo in cui ci arrivano. In realtà, il percorso conta tantissimo.
Un portafoglio più stabile, con drawdown più contenuti, non serve solo a “dormire meglio la notte”. Può avere un impatto concreto anche sul risultato finale.
Il motivo è semplice: la volatilità ha un costo.
Quando il portafoglio scende molto, serve una crescita ancora maggiore per recuperare. E questo, nel tempo, riduce il rendimento effettivo che l’investitore riesce a ottenere.
In modo semplificato, il rendimento reale che ti porti a casa non dipende solo da quanto guadagni, ma anche da quanto oscilli lungo il percorso.
Ridurre la volatilità, anche a costo di abbassare leggermente il rendimento atteso, può migliorare il risultato finale.
È qui che i Managed Futures possono avere senso.
Non perché “rendono di più”, ma perché possono aiutare a costruire un portafoglio che regge meglio quando serve davvero.
I limiti dei Managed Futures
Se arrivi fin qui pensando di aver trovato la “terza gamba perfetta” del portafoglio, fermati un attimo.
Perché i Managed Futures funzionano, sì.
Ma sono anche uno degli strumenti più difficili da tenere in portafoglio nel mondo reale.
Il primo limite è il costo.
Un TER intorno allo 0,75% non è banale.
Soprattutto perché lo paghi anche nei periodi in cui la strategia non produce risultati.
E qui arriviamo al secondo punto, molto più importante.
I periodi lunghi piatti.
Tra il 2011 e il 2019 molte strategie Managed Futures hanno fatto sostanzialmente zero.
Non negativo. Non disastroso. Ma zero.
Ora prova a metterti nei panni di un investitore.
Per anni vedi l’azionario salire, magari anche forte.
E quella parte di portafoglio che dovrebbe “diversificare” non fa nulla.
È lì che iniziano i dubbi.
Funziona ancora?
Si è rotto qualcosa?
Ha ancora senso tenerlo?
E la maggior parte delle persone, lì, esce.
Il problema è che spesso esce esattamente prima dei periodi in cui la strategia torna utile.
Terzo limite: i falsi segnali.
Il trend following funziona bene quando i mercati si muovono in modo chiaro e direzionale.
Ma quando i mercati sono laterali, sporchi, indecisi, il modello entra ed esce continuamente.
Compra. Vende. Rientra. Esce di nuovo.
E ogni volta paga.
Risultato: performance erosa lentamente, senza un vero crollo, ma con una frustrazione crescente.
Quarto limite: il ritardo.
Queste strategie non prevedono il mercato. Reagiscono.
Questo significa che entrano dopo che il trend è iniziato e spesso escono dopo che è finito.
In mercati con inversioni rapide — tipico esempio: crollo violento seguito da rimbalzo altrettanto veloce — possono trovarsi completamente fuori fase.
Ed è proprio in questi momenti che molti investitori si chiedono: “Ma non dovevano proteggere?”
Ultimo punto, il più sottovalutato: la difficoltà psicologica.
Un ETF azionario è semplice.
Sai cosa fa.
Sai perché sale.
Sai perché scende.
Qui no.
Hai una “black box” che:
per lunghi periodi non fa nulla
a volte perde quando tutto sale
a volte guadagna quando tutto scende
Se non capisci davvero cosa hai in portafoglio, non riuscirai a tenerlo.
E questo è il vero rischio.
Non la strategia in sé.
Ma il fatto che tu la molli nel momento sbagliato.
Ed è anche il motivo per cui questi strumenti, paradossalmente, continuano a funzionare.
Perché sono difficili da sopportare.
In sintesi: i Managed Futures non sono difficili da capire.
Sono difficili da mantenere.
Ed è una differenza enorme.
Managed Futures ≠ protezione
Uno degli errori più comuni è confondere i Managed Futures con una forma di protezione del portafoglio.
Non lo sono.
Non sono un hedge perfetto.
Non sono ETF inversi.
Non sono buffer ETF con livelli di protezione definiti.
E soprattutto, non offrono alcuna protezione garantita.
Non esiste un meccanismo che ti assicura una perdita massima.
Non esiste una soglia sotto la quale il portafoglio viene difeso automaticamente.
Non esiste una relazione stabile e prevedibile con il mercato azionario.
La “protezione”, quando arriva, è una conseguenza della strategia, non una promessa contrattuale.
Arriva quando si creano trend forti, tipicamente durante fasi di stress di mercato. In quei momenti, i modelli possono posizionarsi nella direzione giusta e generare risultati positivi mentre altri asset scendono.
Ma questo non succede sempre.
Non succede subito.
Non succede in tutti i tipi di crisi.
E non succede nei movimenti veloci e disordinati.
Un crollo rapido seguito da un rimbalzo altrettanto veloce è uno degli scenari peggiori per queste strategie. Entrano in ritardo, escono in ritardo, e rischiano di essere dalla parte sbagliata nel momento sbagliato.
È fondamentale capire questo punto.
Se inserisci i Managed Futures pensando di avere una “copertura”, stai costruendo aspettative sbagliate.
E quando quelle aspettative verranno deluse, la probabilità di prendere decisioni sbagliate aumenterà.
Il modo corretto di vederli è diverso.
Non come uno scudo.
Ma come una fonte di rendimento alternativa che, in alcuni scenari, può comportarsi in modo opposto rispetto al resto del portafoglio.
È una differenza sottile, ma decisiva.
Managed Futures vs Buffer ETF: differenze reali
Negli ultimi anni molti investitori stanno cercando strumenti per “proteggere” il portafoglio.
Ed è qui che spesso nasce la confusione tra Managed Futures e Buffer ETF.
Sono due strumenti completamente diversi.
Servono a scopi diversi.
E funzionano in modo opposto.
Partiamo dalla logica.
I Buffer ETF nascono con un obiettivo preciso: limitare le perdite entro una certa soglia, in un periodo di tempo definito.
Per farlo utilizzano opzioni e strutture derivate che “cappano” sia il ribasso che il rialzo.
I Managed Futures, invece, non hanno alcun livello di protezione predefinito.
Non promettono nulla.
Seguono i trend dei mercati, cercando di guadagnare dai movimenti, sia al rialzo che al ribasso.
Qui sta la prima grande differenza.
Protezione vs strategia.
Il Buffer ETF è uno strumento di protezione parziale.
Sai più o meno cosa aspettarti: ad esempio, protezione fino al -10% su un orizzonte di 12 mesi, con un tetto massimo ai guadagni.
Il Managed Futures è una strategia dinamica.
Non sai quando funzionerà, né quanto renderà.
Sai solo come si comporta in certe condizioni di mercato.
Secondo punto: il cap.
I Buffer ETF hanno un limite massimo ai rendimenti.
Se il mercato sale molto, tu non partecipi completamente al rialzo.
È il prezzo che paghi per avere protezione.
I Managed Futures non hanno cap.
Possono guadagnare in modo significativo quando intercettano trend forti, anche indipendentemente dall’andamento dell’azionario.
Terzo punto: l’orizzonte temporale.
I Buffer ETF sono costruiti su finestre temporali precise.
Tipicamente 6, 12 o 24 mesi.
Se entri fuori timing o esci prima, il risultato può essere molto diverso da quello atteso.
I Managed Futures non hanno una scadenza.
Sono pensati per essere mantenuti nel tempo, come parte strutturale del portafoglio.
Quarto punto: il comportamento nei diversi scenari.
Il Buffer ETF funziona bene in scenari moderatamente negativi o laterali.
Protegge entro certi limiti, ma non è pensato per sfruttare trend forti.
Il Managed Futures, invece, dà il meglio nei mercati direzionali.
Può funzionare molto bene durante crisi prolungate o fasi macro complesse, ma può fare poco o nulla nei mercati piatti.
Quindi quale scegliere?
Dipende da cosa stai cercando.
Se vuoi una protezione parziale, definita e prevedibile, il Buffer ETF ha senso.
Se vuoi introdurre una fonte di rendimento diversa, che possa comportarsi in modo opposto rispetto al resto del portafoglio in certi scenari, allora i Managed Futures sono più coerenti.
Confondere i due strumenti è uno degli errori più comuni.
E spesso porta a delusioni evitabili.
Come inserirli in portafoglio
I Managed Futures non sono uno strumento “core” da cui partire.
Sono un tassello.
E come tutti i tasselli, hanno senso solo se inseriti nel posto giusto.
Prima di tutto: non sono per tutti.
Sono strumenti più complessi rispetto a un ETF azionario o obbligazionario.
Richiedono comprensione, ma soprattutto richiedono disciplina.
Se l’orizzonte è breve, se l’aspettativa è avere risultati costanti o se c’è poca tolleranza ai periodi “morti”, difficilmente sono la scelta giusta.
Dal punto di vista dell’allocazione, le percentuali tipiche sono contenute.
Nella maggior parte dei casi si parla di un range tra il 2% e il 5% del portafoglio.
In contesti più evoluti si può arrivare anche al 7–10%, ma sempre con una logica molto precisa.
Il punto chiave è il ruolo.
Non servono per “fare più rendimento”.
Servono per migliorare la struttura del portafoglio.
Devono essere visti come una componente di diversificazione, non come un motore di performance.
E proprio per questo motivo, vanno gestiti con disciplina.
Questo significa due cose:
mantenerli anche quando non stanno funzionando
ribilanciare nel tempo senza inseguire la performance
Se inizi a entrare e uscire in base ai risultati recenti, perdi completamente il senso dello strumento.
Per quanto riguarda il lavoro che stiamo facendo con i clienti di Athena SCF, l’approccio è molto graduale.
Stiamo iniziando a introdurre queste strategie dove ha senso, all’interno di portafogli già strutturati, valutando caso per caso.
Non è un inserimento automatico per tutti.
Se sei già cliente e non hai ancora visto questa componente nel tuo portafoglio, le ragioni possono essere diverse: potrebbe non essere coerente con la tua situazione, con i tuoi obiettivi o con il tuo profilo di rischio, oppure semplicemente è qualcosa che verrà valutato nel tempo.
Come sempre, non lavoriamo per “aggiungere strumenti”, ma per costruire portafogli che abbiano senso nel complesso.
Ed è esattamente in questa logica che i Managed Futures, se usati bene, possono trovare il loro spazio.
Quando hanno senso (e quando no)
Come spesso accade, il punto non è capire se uno strumento “funziona”, ma capire per chi ha senso.
I Managed Futures possono essere molto utili, ma solo in contesti specifici.
Hanno senso quando il portafoglio ha già una struttura solida e una certa dimensione.
Su capitali piccoli, l’impatto di una quota del 2–5% è marginale, mentre la complessità aggiunta è reale.
Hanno senso per investitori evoluti, che capiscono cosa stanno comprando e, soprattutto, cosa aspettarsi.
Non tanto in termini tecnici, ma comportamentali.
Hanno senso in un’ottica di lungo termine.
Non sono strumenti che “fanno la differenza” in pochi mesi.
Funzionano per cicli, e a volte questi cicli richiedono anni.
Hanno molto meno senso, invece, in altri contesti.
Su capitali ridotti, dove ogni decisione deve avere un impatto concreto.
Per chi cerca rendimento veloce o risultati visibili nel breve periodo.
Per chi fatica a tollerare periodi lunghi in cui un investimento non produce risultati.
E questo è il punto più importante.
Non è uno strumento difficile perché è complesso.
È difficile perché, per funzionare, devi lasciarlo fare il suo lavoro anche quando sembra inutile.
Se questa cosa non è sostenibile a livello psicologico, probabilmente non è lo strumento giusto.
Conclusione: non è la soluzione, ma può essere il tassello mancante
Non esiste l’asset perfetto.
Ogni strumento ha un contesto in cui funziona e uno in cui delude.
E soprattutto, ogni forma di diversificazione ha un costo.
Non sempre economico.
Spesso psicologico.
Diversificare significa accettare che una parte del portafoglio, per lunghi periodi, non farà quello che ti aspetti.
Significa convivere con asset che sembrano inutili… fino al momento in cui diventano fondamentali.
I Managed Futures rientrano esattamente in questa categoria.
Non sono una soluzione.
Non sono una copertura garantita.
Non sono il motore principale del portafoglio.
Ma possono essere un tassello.
Un elemento che, inserito nel modo giusto, aiuta a rendere il portafoglio più robusto nei momenti in cui serve davvero.
Il punto non è cercare lo strumento che performa meglio.
È costruire un portafoglio che regge nel tempo.
E, in questo senso, i Managed Futures non sono protagonisti.
Ma, per alcuni investitori, possono fare la differenza.
FAQ – Domande frequenti sui Managed Futures
Sono rischiosi?
Sì, ma in modo diverso rispetto ad azioni e obbligazioni.
Non sono strumenti “a basso rischio” e possono avere drawdown anche significativi. La differenza è che il loro rischio non dipende dagli stessi fattori degli asset tradizionali. Possono perdere quando i mercati sono laterali o instabili e possono essere fuori fase nei cambi di trend. Non vanno quindi visti come strumenti difensivi, ma come componenti alternative con un profilo di rischio proprio.
Che rendimento aspettarsi?
Non esiste un rendimento stabile o garantito.
Storicamente, alcune strategie hanno generato rendimenti nell’ordine del 5–7% annuo nel lungo periodo, ma con lunghi periodi anche molto piatti. È fondamentale capire che il valore non sta tanto nel rendimento medio, quanto nel comportamento diverso rispetto al resto del portafoglio.
Quanto allocare?
Nella maggior parte dei casi tra il 2% e il 5% del portafoglio.
In portafogli più strutturati si può arrivare anche al 7–10%, ma sempre con una logica precisa. Non sono strumenti da sovrappesare: funzionano meglio come componente marginale che contribuisce alla diversificazione complessiva.
Meglio DBMF o DBMFE?
Sono la stessa strategia in due versioni diverse.
DBMF è la versione quotata negli Stati Uniti, con storico più lungo e masse più elevate. DBMFE è la versione UCITS europea, quindi più facilmente accessibile per investitori europei, ma con track record più breve e AUM ancora limitati. La scelta dipende soprattutto da vincoli operativi e fiscali, più che dalla strategia in sé.
Possono sostituire le obbligazioni?
No.
Le obbligazioni hanno un ruolo specifico nel portafoglio (stabilità, flussi, duration). I Managed Futures svolgono una funzione diversa, legata alla decorrelazione e alla capacità di adattarsi ai trend. Possono affiancare le obbligazioni, non sostituirle.
Sono adatti a principianti?
In generale no.
Non tanto per la complessità tecnica, quanto per la gestione psicologica. Sono strumenti che possono restare fermi per anni e poi muoversi in modo improvviso. Senza una buona comprensione del loro ruolo, è facile abbandonarli nel momento sbagliato. Per questo sono più adatti a investitori esperti o a chi è seguito da un consulente.