ETF in holding: convengono davvero? Tassazione, vantaggi e limiti

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Per lungo tempo, le holding che investivano sui mercati finanziari hanno utilizzato prevalentemente azioni singole, non ETF.

La ragione era semplice: solo le partecipazioni dirette consentivano di costruire posizioni rilevanti e, se ben strutturate, di accedere ai regimi fiscali agevolativi previsti per i soggetti IRES. Gli ETF, invece, sono sempre rimasti fuori dal perimetro PEX e non hanno mai rappresentato lo strumento “naturale” per una holding.

Negli ultimi anni, tuttavia, anche nelle holding si è iniziato a vedere un uso crescente di ETF, soprattutto per comodità operativa: diversificazione immediata, minore complessità gestionale e replicazione di modelli già utilizzati a livello personale dagli imprenditori. In molti casi, però, questo passaggio è avvenuto senza un vero ripensamento della struttura fiscale e del ruolo degli strumenti, ma come semplice estensione di logiche da portafoglio privato.

Dal 2026 questo approccio diventa molto più problematico.

La riforma fiscale che impatta le holding introduce soglie minime e nuove condizioni che rendono meno automatico il vantaggio di portafogli costruiti con molte posizioni di piccola dimensione, siano esse azioni singole o strumenti passivi. Il tema non è più quale strumento utilizzare, ma come è costruita la struttura complessiva del portafoglio e se è coerente con le nuove regole.

Molte holding scopriranno solo nel 2026 che impostazioni considerate fino a ieri efficienti non lo sono più, almeno non nel modo in cui venivano utilizzate. In particolare, portafogli frammentati, privi di una logica di soglia e di governance, rischiano di diventare fiscalmente più pesanti proprio a partire dal 2026.

Noi di Athena SCF, società di consulenza finanziaria indipendente, lavoriamo ogni giorno con holding che investono sui mercati finanziari e vediamo spesso strutture nate in un contesto normativo diverso, oggi non più pienamente coerenti.

In questo articolo analizziamo in modo pratico se e quando gli ETF possano avere senso in una holding, quali sono i loro limiti dopo la riforma fiscale 2026 e come ripensare la struttura del portafoglio in una logica di lungo periodo.

ETF in holding: cosa conta davvero
I punti chiave sugli ETF in holding dopo la riforma fiscale 2026.
  • Niente PEX sugli ETF: restano strumenti finanziari e i proventi confluiscono nel reddito IRES.
  • Ma lo stesso vale per molte azioni singole: sotto soglia, anche le partecipazioni dirette perdono l’agevolazione e finiscono in IRES.
  • La dimensione della holding è decisiva: sotto certe masse è difficile diversificare con sole partecipazioni qualificate.
  • ETF come diversificazione “razionale”: permettono esposizione ampia evitando micro-partecipazioni inefficienti.
  • Conta la struttura, non lo strumento: core, concentrazione e regole operative valgono più del singolo veicolo utilizzato.

Perché molte holding utilizzeranno ETF dal 2026 in poi

A partire dal 2026, gli ETF inizieranno a entrare più spesso nelle riflessioni delle holding, soprattutto per una questione di semplicità operativa. Per molte società che non nascono come veicoli finanziari puri, questi strumenti possono apparire come una soluzione immediata per investire la liquidità senza dover costruire strutture complesse basate su singole partecipazioni.

Il primo vantaggio percepito è la diversificazione. Con un singolo ETF è possibile esporsi a centinaia di titoli, riducendo il rischio specifico e semplificando il portafoglio rispetto all’acquisto di singole azioni o obbligazioni. Questo aspetto diventa particolarmente attraente per le holding che non dispongono di un presidio finanziario interno dedicato.

Un secondo elemento è il costo apparente contenuto. Il TER degli ETF è generalmente molto basso rispetto ad altri strumenti collettivi e questo porta a considerarli efficienti anche in ambito societario. Dal punto di vista operativo, inoltre, gli ETF non richiedono scelte frequenti né una gestione attiva, riducendo il tempo e le risorse dedicate alle decisioni di investimento.

Infine, c’è un tema di replicabilità dei modelli utilizzati come persone fisiche. Molte holding fanno capo a imprenditori che già investono in ETF a livello personale e, nel nuovo contesto normativo, possono essere tentati di trasferire la stessa logica anche nella società, dando per scontato che ciò che funziona nel patrimonio privato funzioni allo stesso modo anche in una struttura IRES.

Questa impostazione, però, rischia di ignorare una differenza fondamentale: una holding non viene tassata come una persona fisica e non ha gli stessi obiettivi. Dal 2026, con l’introduzione di soglie e condizioni più selettive, queste differenze diventano ancora più rilevanti e rendono necessario un approccio molto più consapevole all’utilizzo degli ETF in ambito societario.

Come vengono tassati gli ETF in una holding

Per capire se gli ETF convengono davvero in una holding è fondamentale chiarire come vengono tassati, perché è proprio qui che nasce gran parte delle inefficienze.

All’interno di una holding soggetta a IRES, gli ETF non sono considerati partecipazioni, ma strumenti finanziari. Questo significa che non rientrano nel perimetro tipico delle agevolazioni previste per le partecipazioni societarie e seguono regole fiscali diverse.

I proventi distribuiti dagli ETF, come dividendi o proventi periodici, sono qualificati come redditi imponibili per la holding e confluiscono nel risultato fiscale. In pratica, vengono tassati secondo l’aliquota IRES ordinaria, senza la quasi-esenzione tipica dei dividendi qualificati quando ricorrono i requisiti PEX.

Lo stesso vale per le plusvalenze. La vendita di un ETF genera un reddito imponibile ordinario e anche in questo caso non si applica il regime di participation exemption, perché l’ETF non rappresenta una partecipazione diretta in una società, ma un veicolo che replica un indice.

Questo punto è spesso sottovalutato. Molti imprenditori guardano al rendimento lordo dell’ETF o al suo costo di gestione, ma non considerano che la tassazione avviene a ogni distribuzione e a ogni realizzo, senza possibilità di pianificazione avanzata. La holding incassa, paga imposte e solo dopo può decidere come riutilizzare la liquidità.

Il problema, quindi, non è tanto l’aliquota in sé, quanto il fatto che la tassazione sugli ETF è sostanzialmente inevitabile e difficilmente pianificabile. Finché il contesto normativo era più permissivo, questo limite poteva essere tollerato. Con la riforma fiscale 2026, però, la distanza tra ETF e partecipazioni strutturate diventa ancora più evidente.

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Cosa cambia dal 2026 con la riforma fiscale

Dal 1° gennaio 2026 la riforma fiscale introduce un cambio di logica che incide in modo diretto sulle holding che investono sui mercati finanziari. Il punto centrale non è tanto l’aliquota applicata, quanto l’accesso alle agevolazioni fiscali, che da automatiche diventano condizionate al superamento di soglie precise.

Per i soggetti IRES, come le holding, l’esclusione del 95% dei dividendi e delle plusvalenze è applicabile solo se la partecipazione detenuta rispetta almeno una di queste condizioni:

una quota pari almeno al 5% del capitale o dei diritti di voto della società partecipata, oppure un valore fiscale della partecipazione non inferiore a 500.000 euro.

Questo meccanismo crea una frattura molto netta tra holding di grandi dimensioni e holding con capitali più contenuti.

Per una holding con patrimonio investibile inferiore a 7–10 milioni di euro, diversificare in modo efficace tramite azioni singole diventa difficilmente compatibile con il rispetto delle soglie. La conseguenza è che molte partecipazioni, pur essendo azioni dirette, finiscono comunque integralmente tassate a IRES, esattamente come strumenti non agevolati.

In questo contesto, la differenza tra azioni singole “sotto soglia” ed ETF si riduce sul piano fiscale: entrambe le soluzioni rientrano nell’imposizione ordinaria IRES.

La vera differenza si sposta allora su un altro piano: la qualità della diversificazione e la governabilità del portafoglio.

Gli ETF, pur non consentendo l’accesso ai regimi agevolati, permettono almeno di ottenere una diversificazione ampia e immediata, evitando portafogli frammentati di singole azioni che, non rispettando le soglie, risultano fiscalmente penalizzati senza offrire un reale vantaggio strutturale.

Dal 2026, quindi, per molte holding medio-piccole il tema non è più “ETF sì o ETF no”, ma quale strumento consente di accettare consapevolmente la tassazione IRES ottenendo in cambio una struttura più efficiente, leggibile e diversificata. Non è più sufficiente essere investiti: conta come si accetta il compromesso tra fiscalità, diversificazione e dimensione del capitale.

I veri limiti degli ETF in holding

Il principale limite degli ETF in una holding non è la qualità dello strumento in sé, ma il contesto in cui viene utilizzato. Ciò che funziona bene per un investitore persona fisica può diventare meno efficiente all’interno di una struttura societaria, soggetta a logiche fiscali, di flusso e di governance diverse.

È vero che gli ETF presentano alcuni limiti strutturali difficili da aggirare in una holding. Tuttavia, è altrettanto vero che molti di questi limiti si manifestano oggi anche sulle azioni singole, quando la holding non riesce a rispettare le soglie introdotte dalla riforma.

Tassazione dei proventi non controllabile

Gli ETF distribuiscono dividendi secondo regole proprie, indipendenti dalle esigenze della holding, generando redditi imponibili anche quando non sarebbe fiscalmente opportuno incassarli.

Ma lo stesso accade, di fatto, anche con azioni singole detenute sotto soglia, i cui dividendi rientrano integralmente nell’imposizione IRES senza beneficiare di alcuna agevolazione.

Assenza di governance sul rendimento

Con un ETF la holding non può decidere se privilegiare crescita, dividendo o una combinazione delle due, perché la fonte del rendimento è definita a monte.

Tuttavia, quando una partecipazione diretta è troppo piccola per essere fiscalmente rilevante, anche il controllo “teorico” sul rendimento perde gran parte della sua utilità pratica, perché il trattamento fiscale resta comunque ordinario.

Scarsa pianificabilità fiscale

Gli ETF non consentono di sfruttare logiche di soglia, concentrazione o valorizzazione fiscale della partecipazione. Ogni realizzo genera immediatamente imposizione.

Ma una struttura composta da molte azioni singole sotto soglia presenta lo stesso problema: realizzi e dividendi restano fiscalmente rigidi, senza reali margini di pianificazione avanzata.

Rigidità nella gestione dei flussi

Con gli ETF, incassi e tassazione avvengono senza la possibilità di modulare tempi e modalità in funzione delle esigenze societarie.

In un portafoglio molto frammentato di azioni singole, però, la rigidità è spesso solo diversa nella forma: molti flussi piccoli, difficili da coordinare e altrettanto complessi da gestire in modo efficiente.

Falsa percezione di efficienza

Il basso TER degli ETF porta talvolta a sottovalutare l’impatto della tassazione.

Allo stesso modo, nelle holding sotto soglia, la presunta “superiorità” delle azioni singole può nascondere inefficienze fiscali e operative quando la dimensione delle partecipazioni non consente di accedere ai regimi agevolati.

Il punto centrale, quindi, non è che gli ETF siano intrinsecamente inefficienti, ma che in una holding l’efficienza non si misura solo sullo strumento, bensì sulla capacità di governare flussi, tempi e modalità di tassazione.

Sotto determinate soglie dimensionali, il problema non è scegliere tra ETF o azioni singole, ma evitare portafogli frammentati che sommano gli svantaggi di entrambi senza ottenere i benefici strutturali.

Quando gli ETF possono avere senso in holding

Alla luce della riforma 2026, gli ETF non vanno letti come strumenti “sbagliati”, ma come strumenti che assumono un significato diverso all’interno di una holding, soprattutto quando non è realistico accedere ai regimi agevolati sulle partecipazioni.

Per molte holding di dimensioni contenute o intermedie, in cui la diversificazione tramite azioni singole comporterebbe inevitabilmente il mancato rispetto delle soglie fiscali, l’uso degli ETF può rappresentare una scelta razionale, a condizione che sia consapevole e inserita in una struttura chiara.

Un primo caso riguarda le holding di dimensioni ridotte o nelle fasi iniziali, dove la priorità è investire la liquidità senza costruire fin da subito una struttura complessa di partecipazioni dirette. In questi contesti, accettata l’imposizione IRES, la semplicità operativa e la diversificazione degli ETF possono risultare preferibili rispetto a portafogli frammentati di azioni singole fiscalmente non agevolate.

Gli ETF possono avere senso anche come strumento di gestione temporanea della liquidità, ad esempio in attesa di operazioni straordinarie, acquisizioni o riorganizzazioni societarie. In questo caso funzionano come parcheggio evoluto del capitale, con l’idea di essere eventualmente sostituiti nel tempo da soluzioni più coerenti con una struttura partecipativa stabile.

Un’ulteriore applicazione riguarda le esposizioni tattiche o di breve periodo, dove l’obiettivo non è la distribuzione del reddito, ma l’accesso rapido e flessibile a un mercato o a un’area geografica specifica. Anche in questi casi, però, l’impatto fiscale dei realizzi deve essere considerato fin dall’inizio.

Il punto centrale è che, dal 2026, l’ETF non è più una scorciatoia “neutra”, ma uno strumento da usare con piena consapevolezza del compromesso che comporta. Può svolgere un ruolo utile all’interno di una holding, soprattutto sotto soglia, ma non può essere il pilastro automatico della strategia. La struttura del portafoglio, la dimensione del capitale e la governabilità dei flussi restano gli elementi decisivi.


L’approccio Athena SCF: dalla scelta dello strumento alla struttura del portafoglio

Quando una holding investe in modo continuativo sui mercati finanziari, la domanda centrale non è quale strumento comprare, ma quale struttura di portafoglio sia coerente con gli obiettivi societari, la dimensione del capitale e il quadro fiscale di riferimento. È su questo piano che, come Athena SCF, impostiamo il nostro lavoro.

La riforma del 2026 rende evidente un punto spesso sottovalutato: strumenti diversi possono produrre lo stesso risultato fiscale, se inseriti in una struttura incoerente. ETF e azioni singole sotto soglia, ad esempio, finiscono entrambi nell’imposizione ordinaria IRES. La differenza reale non sta quindi nello strumento, ma in come viene costruito e governato il portafoglio nel suo insieme.

Il nostro approccio parte da una distinzione funzionale tra core e diversificazione.

Il core è composto da poche posizioni rilevanti, selezionate per ruolo strategico, dimensione e capacità — quando possibile — di rispettare le soglie fiscali introdotte dalla riforma 2026. Qui la priorità non è il dividendo immediato, ma la qualità del rendimento nel tempo e la coerenza con gli obiettivi della holding.

La diversificazione svolge una funzione diversa: ridurre la volatilità complessiva del portafoglio e gestire la liquidità in modo ordinato. In questa componente si utilizzano strumenti scelti non per comodità o abitudine, ma per controllo dei flussi, semplicità operativa e flessibilità, accettando consapevolmente il trattamento fiscale quando non esistono alternative strutturalmente migliori.

Un elemento centrale è il controllo della fonte del rendimento. In una holding non è indifferente se il ritorno arriva sotto forma di crescita del valore o di distribuzione periodica. La struttura del portafoglio deve permettere di decidere quando e come far emergere il reddito, non subirlo per effetto automatico dello strumento utilizzato.

Questo significa superare una logica di semplice replica — passiva o “da portafoglio personale” — per adottare una logica di progetto: poche regole chiare, strumenti coerenti con il contesto fiscale e una gestione che tenga insieme mercati, flussi e obiettivi societari.

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ETF in holding prima e dopo il 2026: cosa cambia davvero

Immaginiamo una holding che, negli anni precedenti alla riforma, ha investito la propria liquidità principalmente tramite azioni singole. Il portafoglio è composto da molte partecipazioni dirette, spesso con pesi contenuti, costruite con l’obiettivo di diversificare e intercettare flussi di dividendi. In quel contesto normativo, questa impostazione poteva apparire coerente e funzionale.

Finché il quadro fiscale rimane invariato, la struttura sembra reggere. Le partecipazioni sono dirette, il portafoglio è articolato e la gestione si basa su logiche consolidate. Tuttavia, la frammentazione è già presente, anche se non viene ancora percepita come un problema strutturale.

Dal 2026, però, emergono nuove criticità. Con l’introduzione di soglie minime per accedere alla quasi-esenzione su dividendi e plusvalenze, molte delle partecipazioni detenute dalla holding risultano sotto soglia. Il risultato è che una parte rilevante del portafoglio, pur essendo composta da azioni singole, finisce comunque integralmente in imposizione IRES, esattamente come strumenti non agevolati.

A questo punto la holding si ritrova con un portafoglio apparentemente sofisticato, ma fiscalmente rigido e operativamente complesso. La diversificazione è ampia, ma distribuita su molte micro-partecipazioni; i flussi sono difficili da governare; la tassazione si attiva in modo ricorrente senza reali margini di pianificazione.

Ripensando la struttura alla luce della riforma, la holding è costretta a fare una scelta diversa. Riduce il numero di posizioni prive di rilevanza fiscale, concentra una parte del capitale su poche partecipazioni coerenti con le nuove soglie e accetta che, sulla componente restante, l’imposizione IRES sia un dato di partenza. In questo contesto, strumenti più aggregati e semplici diventano una soluzione razionale per ottenere diversificazione senza moltiplicare la complessità.

Il risultato non è necessariamente un portafoglio più complesso, ma un portafoglio più governabile, in cui il momento e la forma del rendimento sono decisi in modo consapevole e non subiti per inerzia.

Questo esempio chiarisce il punto centrale: con la riforma del 2026 il problema non è investire in ETF o in azioni singole, ma costruire portafogli senza una logica di struttura coerente con la dimensione della holding e con le nuove regole fiscali.

ETF in holding: strumento utile o scelta inefficiente?

Gli ETF non sono strumenti sbagliati in assoluto e, soprattutto dopo il 2026, non vanno più letti come un’eccezione penalizzata rispetto alle azioni singole. La riforma fiscale ha reso evidente un punto che in passato veniva spesso sottovalutato: in una holding l’efficienza non dipende dallo strumento in sé, ma dalla struttura complessiva del portafoglio.

In una struttura societaria il tema centrale non è solo quanto rende un investimento, ma come, quando e in che forma il rendimento emerge. Gli ETF, per loro natura, offrono poca possibilità di controllo sui flussi e sulla tempistica della tassazione. Tuttavia, lo stesso limite riguarda molte partecipazioni dirette che, se sotto soglia, finiscono comunque integralmente in IRES, senza accesso ai regimi agevolati.

Il punto quindi non è contrapporre ETF e azioni singole, ma evitare di attribuire automaticamente a uno strumento un’efficienza che dipende invece dalla dimensione della holding, dal livello di concentrazione e dalla capacità di costruire partecipazioni fiscalmente rilevanti.

Dal 2026 diventa essenziale ragionare in termini di struttura, soglie e governabilità del portafoglio, accettando che, sotto determinate dimensioni, una parte degli investimenti ricadrà inevitabilmente in imposizione ordinaria. In questo contesto, gli ETF possono rappresentare una scelta razionale per ottenere diversificazione senza moltiplicare micro-partecipazioni, purché inseriti in un disegno consapevole e non per semplice abitudine o per analogia con il patrimonio personale.

Noi di Athena SCF, società di consulenza finanziaria indipendente, affianchiamo imprenditori e holding nella revisione delle strutture di investimento alla luce delle nuove regole fiscali. Se vuoi verificare se gli ETF oggi presenti nella tua holding hanno ancora senso dopo il 2026, puoi richiedere un’analisi indipendente del portafoglio e della sua efficienza complessiva.

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Questo è un articolo verificato
✔ Informazioni verificate
Filippo Angeloni
CEO & CFA – Athena SCF
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Francesco Bufalini

Collaboratore di Athena SCF, società di consulenza finanziaria indipendente. All’interno del team si occupa della parte normativa e burocratica della società, garantendo il rispetto delle procedure e degli adempimenti regolamentari. Laureato in Scienze Politiche - Relazioni Internazionali e successivamente in Economia e Management Internazionale, ha maturato un’esperienza di 9 mesi in Intesa Sanpaolo, approfondendo le dinamiche operative e commerciali del settore bancario.

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