Nel corso della propria esperienza da investitore, può capitare – anche senza particolari colpe – di ritrovarsi nel portafoglio titoli sospesi dalle contrattazioni o addirittura delistati. Si tratta di situazioni tutt’altro che rare: aziende che finiscono in difficoltà economiche, operazioni di delisting volontario, fallimenti, OPA che non raccolgono il 100% delle adesioni, o ancora certificati strutturati finiti fuori mercato.
Una nostra lettrice ci scrive:
“Buongiorno, Volevo chiedere un consiglio su come comportarmi per recuperare 500 azioni da una azienda delistata dal NASDAQ 5 anni fa. Ora le azioni sono tenute privatamente e non so come disporre di questo capitale visto che non so come approcciare l’azienda. Voi potete aiutarmi? Grazie e saluti”
Non è l’unica, nel tempo abbiamo ricevuto molte richieste del genere soprattutto su come certificare minusvalenze di titoli sospesi o delistati.
In questi casi, la frustrazione dell’investitore è doppia: da un lato l’impossibilità di vendere il titolo in modo semplice, dall’altro l’incertezza su come gestire fiscalmente quella perdita. Cosa può fare un investitore che si trova con “pezzi di carta” ormai illiquidi? È possibile recuperare qualcosa, o almeno certificare la minusvalenza per compensare eventuali plusvalenze?
In questo articolo vedremo in modo pratico cosa significano titoli sospesi e titoli delistati, quali sono le alternative per l’investitore e come funziona la gestione delle minusvalenze su strumenti non più negoziabili. Partiremo da esempi reali ricevuti da investitori in difficoltà, per chiarire cosa è possibile fare e cosa invece conviene evitare.
Cosa significa titolo sospeso
Un titolo sospeso è uno strumento finanziario temporaneamente bloccato dalle negoziazioni di Borsa. Questo significa che non può essere acquistato né venduto sul mercato regolamentato, fino a nuova comunicazione da parte dell’ente gestore del mercato (in Italia, Borsa Italiana).
Esistono due tipi principali di sospensione:
● Sospensione temporanea
È una misura di breve durata che può scattare automaticamente in presenza di oscillazioni anomale di prezzo, per esempio quando un titolo guadagna o perde più del 10% in pochi minuti. Serve a “raffreddare” il mercato e a evitare movimenti irrazionali.
● Sospensione a tempo indeterminato
È il caso più problematico per l’investitore. Avviene quando ci sono problematiche strutturali legate alla società emittente, come:
• grave crisi finanziaria,
• apertura di procedure concorsuali (es. fallimento o concordato),
• perdita dei requisiti minimi di flottante (cioè di azioni in circolazione),
• decisione degli azionisti di mettere in liquidazione la società.
In questi casi, l’Autorità può sospendere le contrattazioni per un periodo indefinito, che può durare mesi o addirittura anni. Nel frattempo, l’investitore si ritrova bloccato, impossibilitato a vendere i propri titoli, e continua a sostenere costi per il mantenimento del deposito titoli e per l’imposta di bollo, senza avere la possibilità di disinvestire.
È importante sottolineare che una sospensione non è una condanna definitiva, ma nemmeno una garanzia di ritorno in Borsa: alcuni titoli vengono poi delistati, altri tornano a essere negoziabili solo dopo lunghi percorsi di ristrutturazione.
Cosa significa titolo delistato
Quando un titolo viene delistato, significa che è stato rimosso in modo definitivo da un mercato regolamentato. In altre parole, non è più quotato in Borsa e non può più essere negoziato attraverso le normali piattaforme di trading o tramite home banking.
Il delisting può avvenire per diversi motivi, e ognuno ha implicazioni differenti per l’investitore:
● Delisting volontario (es. a seguito di un’OPA)
Una società può decidere di ritirarsi dalla Borsa per tornare privata. Succede spesso in seguito a un’Offerta Pubblica di Acquisto (OPA) o a un’Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio (OPAS) lanciata da un’altra società che vuole acquisirla.
In questi casi, agli azionisti viene normalmente offerta la possibilità di vendere i titoli a un prezzo predefinito. Se l’investitore non aderisce all’offerta, può ritrovarsi con azioni non più quotate nel dossier, anche se talvolta la società acquirente è tenuta a riacquistarle successivamente.
Esempio: l’OPAS di Intesa Sanpaolo su UBI Banca ha comportato la trasformazione delle azioni UBI in azioni Intesa per chi ha aderito. Chi non lo ha fatto si è ritrovato con azioni non più scambiabili.
● Delisting per motivi straordinari (es. fallimento, liquidazione)
Il titolo può essere delistato anche perché l’azienda è fallita, è entrata in liquidazione o ha perso i requisiti di permanenza sul mercato. In questi casi, il titolo semplicemente “sparisce” dal mercato.
Non è detto, però, che sparisca anche dal dossier titoli dell’investitore: le azioni restano lì, ma non valgono praticamente più nulla e non possono essere vendute attraverso i canali tradizionali.
● Che succede dopo il delisting?
Le azioni delistate non scompaiono automaticamente dal dossier titoli. Rimangono lì finché l’investitore non decide di fare qualcosa:
• cederle (a titolo gratuito o vendendole privatamente),
• o tenerle in portafoglio nella speranza (quasi sempre vana) di un riacquisto futuro.
Tuttavia, continuare a detenerle può comportare costi annuali (spese di custodia e imposta di bollo), pur non avendo più valore reale né potenziale.
In alcuni casi, può avere senso contattare direttamente la società (se esiste ancora) per chiedere il riacquisto delle azioni. Ma se la società è diventata privata o inattiva, questa opzione è spesso impraticabile.
Quali alternative ha l’investitore?
Quando un investitore si trova con azioni sospese o delistate nel proprio portafoglio, le possibilità di liberarsene diventano limitate. Tuttavia, ci sono alcune opzioni che vale la pena esplorare, anche se spesso sono complicate e richiedono tempo, costi e una buona dose di perseveranza.
a. Azioni sospese
Quando i titoli sono sospesi dalle contrattazioni, l’investitore ha poche alternative. Di seguito vengono esplorate le opzioni più comuni:
● Attendere la riammissione
In alcuni casi, una sospensione può essere temporanea, con l’intenzione di riammettere il titolo alle negoziazioni una volta risolte le problematiche che hanno causato la sospensione. Se la società si riprende, i titoli possono tornare a essere scambiabili. Tuttavia, questa possibilità è rara e la durata della sospensione può essere lunga, anche anni.
● Cedere i titoli a titolo gratuito alla banca
Un’alternativa che alcuni investitori provano è quella di chiedere alla banca di rilevare i titoli sospesi gratuitamente. In alcuni casi, la banca potrebbe accettare di prendere in carico i titoli a titolo gratuito, ma questo non garantisce una minusvalenza fiscale.
Attenzione: La cessione gratuita alla banca non genera minusvalenza fiscale, perché, secondo le normative fiscali, la minusvalenza si verifica solo quando il titolo viene venduto (anche simbolicamente) e non quando viene ceduto gratuitamente.
● Vendita a privati
Se la sospensione è a lungo termine, l’investitore potrebbe tentare di vendere i titoli privatamente a qualcun altro disposto a prendersi il rischio. Tuttavia, questo non è facile, perché trovare un acquirente per titoli sospesi o illiquidi è estremamente difficile. La transazione richiede un atto notarile e potrebbe comportare costi aggiuntivi, come le spese notarili e la perizia sul valore del titolo.
Se si trova un acquirente disposto a prendere i titoli, la banca dovrà intervenire per facilitare la transazione, e l’acquirente dovrà accettare le condizioni fiscali stabilite dalla normativa italiana.
b. Azioni delistate
Quando i titoli vengono delistati, le possibilità di monetizzare l’investimento diventano ancora più complicate. Tuttavia, anche in questo caso ci sono alcune opzioni:
● Contattare direttamente la società
Se la società che ha subito il delisting è ancora attiva (ad esempio, è stata acquisita e non ha chiuso), l’investitore può provare a contattare la società e chiedere informazioni sul possibile riacquisto delle azioni. In molti casi, le società non sono obbligate a riacquistare i titoli, ma potrebbe esserci la possibilità che lo facciano, anche a un prezzo inferiore rispetto a quello originario.
● Cedere i titoli a terzi
Nel caso in cui la società non mostri interesse a riacquistare le azioni, l’investitore potrebbe cercare di vendere i titoli a terzi. Questo potrebbe includere parenti, amici o altri investitori che potrebbero accettare di acquisire le azioni a un prezzo simbolico. In ogni caso, anche questa transazione richiederà una perizia e un atto notarile, con la possibilità di generare minusvalenze fiscali.
Nota importante: Per vendere privatamente azioni delistate è necessario il passaggio tramite la banca per formalizzare l’atto. La vendita a titolo simbolico (ad esempio a 1 euro) potrebbe comunque portare a una minusvalenza fiscale, che potrebbe essere sfruttata per compensare eventuali plusvalenze realizzate su altri titoli.
● Trasferimento a un nuovo intermediario
Anche se il titolo è delistato, l’investitore può comunque trasferire i titoli a un altro intermediario. La legge stabilisce che un titolo sospeso o delistato può essere trasferito da una banca all’altra, a condizione che il deposito titoli sia intestato allo stesso investitore. L’importante è che il trasferimento venga effettuato correttamente e che l’intermediario di destinazione accetti i titoli.
In caso di delisting per fallimento o liquidazione, trasferire i titoli a un altro intermediario non porterà a una soluzione immediata, ma almeno permetterà all’investitore di spostare il portafoglio senza che venga vincolato dalla banca di origine.
c. Vendita simbolica o a prezzo irrisorio
Una delle strade più difficili, ma praticabili, consiste nel cedere i titoli a un prezzo simbolico (ad esempio, 1 euro) a una terza parte. Questo tipo di vendita richiede sempre la certificazione notarile e la perizia sul valore da parte di un esperto. Sebbene ciò possa sembrare una perdita, permette di certificare una minusvalenza utile per compensare plusvalenze in altre operazioni.
In ogni caso, le soluzioni non sono facili e comportano un certo impegno, soprattutto se si tratta di titoli di società in difficoltà. Il rischio di non riuscire a vendere i titoli o di essere costretti a pagarne le spese di mantenimento senza ottenere alcun ritorno è concreto, ed è una delle ragioni per cui è importante monitorare sempre attentamente il proprio portafoglio di investimenti.
Come si può certificare una minusvalenza su titoli delistati o sospesi?
Molti investitori si chiedono come poter certificare una minusvalenza fiscale quando si trovano in portafoglio titoli che non possono più vendere: sospesi da anni o definitivamente delistati. Il punto è che, secondo la normativa fiscale italiana, la minusvalenza può emergere solo in seguito a una vendita effettiva.
Quindi, anche se il titolo non ha più valore di mercato, fintanto che non viene ceduto, non è possibile registrare la minusvalenza.
Vediamo nel dettaglio cosa si può (e non si può) fare.
❌ Cosa non genera minusvalenza
• La semplice presenza del titolo in portafoglio, anche se sospeso o fallito.
• La cessione a titolo gratuito alla banca o a un altro soggetto.
• Il fallimento della società, se non seguito da un atto di vendita o cessione formalizzata.
Quindi, anche se il titolo è diventato “carta straccia”, per l’Agenzia delle Entrate non esiste minusvalenza finché non si verifica un evento fiscalmente rilevante.
✅ Cosa può generare minusvalenza
● Vendita a un privato, anche a prezzo simbolico
È la via più percorribile. Vendere il titolo anche solo a 1€ consente di cristallizzare una minusvalenza pari alla differenza tra il prezzo di carico e il prezzo di vendita. Tuttavia, devono essere rispettati alcuni requisiti formali:
• L’atto deve essere notarile, con eventuale perizia sul valore del titolo (anche pari a zero).
• La vendita deve passare attraverso l’intermediazione della banca.
• La banca può richiedere una documentazione dettagliata per tutelarsi nei confronti del Fisco.
● Vendita assistita tramite banca
Alcune banche potrebbero accettare di aiutare l’investitore a cedere i titoli a terzi (anche “amici o parenti”), a patto che venga formalizzata la transazione e si rispettino le procedure richieste.
● Chiusura del deposito con certificazione delle minus
In alternativa, se l’investitore decide di trasferire il proprio dossier titoli (che include anche strumenti sospesi o illiquidi) verso un altro intermediario, ha diritto a ricevere la certificazione delle minusvalenze pregresse accumulate nel corso degli anni.
Questo è stato chiarito anche dall’Arbitro Bancario Finanziario, che ha ribadito l’obbligo della banca di:
• procedere alla chiusura del deposito titoli,
• fornire la certificazione delle minus,
• non bloccare il trasferimento dei titoli illiquidi verso altro intermediario (a meno che il contratto non lo vieti espressamente).
🧾 Esempio pratico
Un investitore detiene in portafoglio 2.000 azioni di una società fallita, con un prezzo medio di carico di 5€ per azione. Non è più possibile vendere il titolo tramite home banking.
✅ Trova un soggetto disposto a rilevare le azioni per 1€.
✅ Formalizza la vendita con atto notarile e perizia.
✅ La banca registra la cessione e attesta la minusvalenza di 9.999€.
➡ Quella minus potrà essere utilizzata per compensare plusvalenze nei successivi 4 anni fiscali.
🧠 Nota finale
Non tutte le banche accettano o facilitano queste operazioni. Alcune si limitano a dichiarare che il titolo non è più negoziabile, senza offrire soluzioni. In questi casi, può essere utile:
• cambiare banca,
• farsi assistere da un consulente finanziario indipendente,
• valutare la vendita tramite notaio per rendere la perdita fiscalmente deducibile.
Considerazioni fiscali e operative
Oltre all’impatto finanziario diretto – immobilizzazione del capitale e possibile perdita totale – detenere in portafoglio titoli sospesi o delistati comporta anche conseguenze operative e fiscali di cui è bene essere consapevoli.
Uno degli aspetti più fastidiosi per l’investitore è che, anche quando il titolo non vale più nulla, continua a generare costi. La banca applica comunque le spese di custodia titoli, e l’Agenzia delle Entrate pretende l’imposta di bollo sulla base del valore nominale o di carico, anche se il titolo è ormai illiquido o fallito.
In alcuni casi, gli investitori mantengono nel dossier titoli strumenti delistati da anni semplicemente perché non sanno come liberarsene, o perché la banca non fornisce indicazioni chiare. Questo può comportare un effetto di “congelamento” del dossier, soprattutto se l’intermediario si rifiuta di effettuare operazioni su quei titoli.
Tuttavia, un chiarimento importante arriva dall’Arbitro Bancario Finanziario, che ha stabilito alcuni principi fondamentali:
• Il fatto che un titolo non sia più negoziabile non impedisce di trasferirlo presso un altro intermediario, a patto che il nuovo deposito sia intestato alla stessa persona.
• La banca originaria è obbligata a chiudere il dossier titoli su richiesta del cliente e a rilasciare la certificazione delle minusvalenze accumulate.
• L’intermediario di destinazione non può rifiutare il trasferimento di titoli falliti o delistati, salvo diversa previsione contrattuale.
Questi principi sono fondamentali per gli investitori che vogliono chiudere rapporti con la banca attuale, senza rimanere ostaggio di un titolo illiquido.
Infine, è bene ricordare che le minusvalenze certificate possono essere utilizzate per compensare eventuali plusvalenze entro il quarto anno successivo a quello in cui sono state realizzate. Per questo motivo, in alcuni casi può valere la pena affrontare i costi di una vendita simbolica pur di cristallizzare la perdita e recuperare almeno qualcosa in termini fiscali.
La gestione corretta di queste situazioni richiede attenzione, competenze e spesso anche una consulenza qualificata. Meglio affrontarle prima che diventino problemi bloccanti.
Prevenire è meglio che curare
Se c’è una lezione da trarre da queste situazioni è che la prevenzione è l’arma più efficace per evitare di ritrovarsi con titoli sospesi o delistati nel proprio portafoglio.
Nessuna società fallisce dall’oggi al domani, e nella maggior parte dei casi ci sono segnali premonitori che un investitore attento può cogliere in tempo. Bilanci negativi, comunicati critici, mancati pagamenti di cedole o dividendi, perdita progressiva di valore, calo del flottante, problemi legali o amministrativi: tutti indizi che suggeriscono prudenza.
È importante monitorare periodicamente la situazione delle aziende in portafoglio, soprattutto quelle più piccole, meno liquide o che non fanno parte di indici principali. Un investimento “dimenticato” in un cassetto può trasformarsi facilmente in un problema difficile da gestire.
Altro principio chiave: diversificare. Non concentrarsi mai troppo su un solo titolo, strumento o settore. Anche strumenti apparentemente sicuri come obbligazioni subordinate bancarie o certificati complessi possono trasformarsi in zavorre illiquide se il mercato gira male.
Infine, per chi non ha il tempo o le competenze per fare tutto da solo, è spesso utile affidarsi a un consulente finanziario indipendente. Un professionista può aiutare a selezionare strumenti solidi, evitare rischi nascosti e – soprattutto – agire tempestivamente quando qualcosa inizia a scricchiolare. Perché uscire in tempo da un investimento traballante è quasi sempre meno costoso che gestirne le conseguenze dopo.
Conclusioni
Ritrovarsi con titoli sospesi o delistati nel portafoglio è una delle situazioni più frustranti per un investitore. Non solo perché quei titoli spesso non valgono più nulla, ma anche perché liberarsene può diventare un percorso lungo, burocratico e costoso.
Abbiamo visto che né la sospensione né il delisting comportano automaticamente una minusvalenza fiscalmente rilevante. Serve una vendita reale, anche simbolica, e nella maggior parte dei casi è necessario passare da un atto notarile e dall’intermediazione della banca. Operazioni che scoraggiano molti, ma che possono rivelarsi fondamentali per recuperare almeno qualcosa attraverso il risparmio fiscale.
Queste situazioni dimostrano quanto sia importante monitorare con attenzione i propri investimenti, non inseguire rendimenti facili e non sottovalutare i rischi di illiquidità. Investire non significa solo scegliere strumenti con buone prospettive, ma anche saper gestire gli imprevisti.
Precisiamo che non ci occupiamo direttamente di queste operazioni di cessione a terzi o notarili. Il nostro ruolo, come consulenti finanziari indipendenti, è aiutarti a prevenire questi problemi attraverso una corretta costruzione e gestione del portafoglio, evitando strumenti a rischio illiquidità o con struttura poco trasparente.
Se vuoi migliorare il tuo portafoglio o vuoi una seconda opinione sulla sua efficienza e sostenibilità, possiamo aiutarti. Ma se stai cercando chi gestisca per te la cessione di titoli illiquidi o delistati, ti consigliamo di rivolgerti a un legale o a uno studio notarile specializzato.
Una risposta
Buongiorno,
relativamente a titoli delistati da anni, la Consob non ha mai preso una decisione in merito ?
In caso di decesso dell’intestatario del conto titoli, gli eredi come si possono comportare se non interessati al conto titoli o residenti all’estero e pertanto non avendo capacità fiscale in Italia ?
grazie per le risposte